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Progetti

Il fienile che nessuno voleva cancellare

Un volume di larice dentro i muri di pietra: Anna Pichler racconta come ha trasformato un fienile in una casa senza farlo sembrare un’altra cosa.

Di wp_1150798 3 min di lettura
Tavola "gialli e rossi" del recupero del fienile: demolizioni in giallo, nuove costruzioni in rosso.

Ci sono progetti che si spiegano con una tavola. Il recupero del fienile firmato da Anna Pichler, con lo Studio Larice di Bressanone, è uno di questi: basta guardare la pianta “gialli e rossi” per capire quasi tutto. Il giallo, le demolizioni, è pochissimo. Il rosso, le nuove costruzioni, è un rettangolo infilato dentro il perimetro di pietra, staccato dai muri. Il bianco dell’esistente occupa tutto il resto.

Siamo andati a chiederle come si arriva a un disegno così asciutto, e quanto costa difendere un’idea tanto semplice quando committenti, impresa e commissione paesaggistica hanno ognuno una propria idea di casa.

Prima il rilievo, poi il resto

«Il primo mese non ho disegnato niente», racconta. «Ho rilevato a mano, con il metro e il quaderno, pietra per pietra nei punti difficili. Non è romanticismo: il rilievo a mano ti costringe a guardare. Ho scoperto così che le capriate non erano tutte uguali, che una era stata sostituita negli anni Cinquanta, che la porta a nord era già stata allargata una volta.» Da lì nasce la regola del progetto: ciò che c’era resta com’era, ciò che si aggiunge si riconosce a colpo d’occhio.

La regola, detta così, sembra un luogo comune del restauro. Messa in pratica è più esigente. Significa smontare tetto, capriate e arcarecci, numerarli, consolidarli e rimontarli nella stessa posizione, anche quando sarebbe stato più veloce e più economico sostituirli. Significa rinunciare a nuove finestre sui fronti lunghi, e accettare che alcune stanze abbiano poca luce. «Le camere stanno sul soppalco, sotto il tetto, dove la luce arriva dal frontone. Per dormire basta.»

Un mobile grande come una casa

Il nuovo è un volume di larice che contiene cucina e servizi al piano terra e regge il soppalco. Pichler lo descrive come un mobile: «È costruito in officina, montato in pochi giorni, e non tocca i muri. Se tra cinquant’anni qualcuno vorrà tornare al fienile vuoto, potrà smontarlo.» La reversibilità non è uno slogan: lo spazio tra il volume e la pietra, una trentina di centimetri, serve anche a far passare gli impianti senza tracce nella muratura e a far respirare i muri.

Le due sole modifiche all’involucro sono un’apertura nel frontone ovest, dove il volume nuovo affaccia verso il prato, e la porta allargata a nord. Il grande portale da cui un tempo entrava il carro del fieno è chiuso da un telaio vetrato dello stesso legno: da fuori è l’unico segno del nuovo uso. «In commissione abbiamo portato il plastico con il volume nuovo colorato di rosso, come nella tavola. Credo che abbia aiutato più di qualsiasi relazione.»

Sui tempi, Pichler è franca: il cantiere è durato quattordici mesi, quattro in più del previsto, quasi tutti spesi sul tetto. «Ogni capriata smontata raccontava qualcosa: un incastro rifatto, una trave girata, un chiodo forgiato a mano. Avremmo potuto ignorarlo e andare più veloci. Abbiamo scelto di no, e i committenti sono stati d’accordo anche quando il preventivo è cresciuto.» Il volume nuovo, invece, è stato montato in quattro giorni: il contrasto tra le due velocità del cantiere è, a pensarci, il ritratto più fedele del progetto.

Che cosa resta, a lavori finiti

Le domande che ci siamo portati a casa riguardano meno il fienile e più il mestiere. Quanto tempo un committente è disposto a pagare per il rilievo? Quanto vale, in un preventivo, la rinuncia a una finestra in più? E quanto pesa, nelle scelte, la possibilità di disfare? Pichler non ha risposte generali. Ha però un consiglio per chi si trova davanti a un edificio rurale da recuperare: «Non chiedetevi cosa ci starebbe bene dentro. Chiedetevi cosa sa già fare l’edificio, e partite da lì.»

Nella scheda del progetto ci sono la tavola in formato DXF, il modello tridimensionale da girare a piacere e un panorama a 360 gradi dell’interno, preso dal piano terra, sotto il soppalco. Vale la pena guardarlo con calma: si capisce bene il rapporto tra la pietra e il legno, e quanto spazio vuoto sia rimasto, volutamente, attorno al nuovo volume.

Vai alla scheda del progetto “Recupero di un fienile”

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