Vai al contenuto

Città e territorio

Disegnare un quartiere a partire dai vuoti

Strade, corti, parchi e argini non sono ciò che avanza tra un edificio e l’altro. Sono la parte di città che dura di più: conviene disegnarla per prima.

Di wp_1150798 3 min di lettura
Vista zenitale di un plastico urbanistico: isolati a corte, edifici in linea, torri, un parco alberato e un canale.

Chi ha passato qualche ora davanti a un plastico urbanistico conosce la tentazione: si guardano gli edifici. Le torri, i blocchi in linea, le corti. Sono gli oggetti più riconoscibili, quelli che si fotografano meglio e che i rendering mettono in primo piano. Eppure, nella vita reale di un quartiere, gli edifici sono la parte che cambia più spesso. Si ristrutturano, si sopraelevano, si demoliscono. Quello che resta, a volte per secoli, è il disegno dei vuoti: le strade, le piazze, i giardini, gli argini, i confini tra pubblico e privato.

Questo articolo prova a mettere in fila alcune ragioni per cui conviene disegnare un quartiere a partire da lì, e qualche domanda da farsi prima di posare il primo volume.

Il vuoto non è ciò che avanza

Molti piani attuativi si leggono, in pianta, come una somma di lotti edificabili separati da ciò che resta: fasce di rispetto, parcheggi, verde di standard. Il risultato è noto. Spazi aperti troppo grandi per essere curati e troppo frammentati per essere usati, aiuole residue lungo le strade, parchi che sono in realtà ritagli. Il problema non è la quantità di verde, che spesso è abbondante, ma il fatto che nessuno lo ha disegnato come un luogo.

Partire dai vuoti significa invertire l’ordine: prima si decide dove stanno il parco, il canale, la strada principale, la piazza del mercato, e con che forma; poi si dispongono gli edifici per definirli. Un isolato a corte, in questa logica, non è una scelta stilistica: è il modo più semplice per avere un fronte continuo sulla strada e un giardino protetto all’interno.

Tre misure da controllare

La prima è la larghezza delle strade rispetto all’altezza degli edifici. Una strada di quindici metri tra due fronti di cinque piani è un luogo; la stessa strada tra due torri di quindici piani è un corridoio ventoso. Non esiste un rapporto giusto in assoluto, ma conviene verificarlo sezione per sezione, non soltanto in pianta.

La seconda è la distanza a piedi. Il parco è a cinque minuti da ogni casa, o soltanto da quelle che gli stanno davanti? La scuola si raggiunge senza attraversare una strada di scorrimento? Sono domande banali, ma un plastico guardato dall’alto tende a nasconderle: tutto sembra vicino quando lo si vede in scala uno a mille.

La terza è il bordo. Dove finisce lo spazio pubblico e comincia quello privato? Con un muro, una siepe, un cambio di quota, un portico? I bordi decidono se un marciapiede è vivo o deserto molto più dell’architettura delle facciate.

A queste tre misure se ne potrebbe aggiungere una quarta, meno tecnica: il tempo. Un parco piantato oggi sarà davvero un parco tra vent’anni; un viale alberato diventa ombra solo dopo molte estati. Disegnare i vuoti significa anche decidere che cosa si pianta per primo, e accettare che il quartiere migliori lentamente.

L’acqua come struttura

Nei quartieri costruiti vicino a un corso d’acqua il canale, o l’argine, è spesso trattato come un vincolo da rispettare: una fascia inedificabile, un muro, una recinzione. In pochi casi diventa il disegno principale, quello attorno a cui si organizzano i percorsi e i luoghi d’incontro. È un peccato, perché l’acqua offre gratuitamente quello che i piani faticano a costruire: un orientamento, una direzione di passeggio, un microclima più fresco d’estate.

Un parco lineare lungo il canale, attraversato da passerelle ogni due o trecento metri, collega le due metà del quartiere invece di dividerle. Gli edifici che vi si affacciano guadagnano valore, e il valore può tornare in parte alla città attraverso le convenzioni urbanistiche.

Che cosa chiedere al plastico

Il plastico urbanistico resta uno strumento formidabile, a patto di usarlo bene. Conviene costruire prima la base con le quote, le strade e il verde, e solo dopo i volumi, magari mobili. Conviene fotografarlo dal basso, ad altezza d’occhio, oltre che dall’alto. Conviene spostare i blocchi davanti ai committenti e agli abitanti, e lasciare che siano loro a dire dove si sentirebbero a casa.

E conviene ricordare che un quartiere non si finisce mai. Il disegno dei vuoti è l’unica cosa che lasceremo davvero a chi verrà dopo: vale la pena dedicargli il tempo migliore del progetto.

Da leggere dopo

La rivista

Uncategorized

Hello world!

Welcome to WordPress. This is your first post. Edit or delete it, then start writing!

1 min di lettura

Entra nella comunità

Per apprezzare i lavori e seguire gli architetti serve un account. È gratuito.

Accedi Crea un account