Disegnare un quartiere a partire dai vuoti
Strade, corti, parchi e argini non sono ciò che avanza tra un edificio e l’altro. Sono la parte di città che dura di più: conviene disegnarla per prima.
Chi ha passato qualche ora davanti a un plastico urbanistico conosce la tentazione: si guardano gli edifici. Le torri, i blocchi in linea, le corti. Sono gli oggetti più riconoscibili, quelli che si fotografano meglio e che i rendering mettono in primo piano. Eppure, nella vita reale di un quartiere, gli edifici sono la parte che cambia più spesso. Si ristrutturano, si sopraelevano, si demoliscono. Quello che resta, a volte per secoli, è il disegno dei vuoti: le strade, le piazze, i giardini, gli argini, i confini tra pubblico e privato.
Questo articolo prova a mettere in fila alcune ragioni per cui conviene disegnare un quartiere a partire da lì, e qualche domanda da farsi prima di posare il primo volume.
Il vuoto non è ciò che avanza
Molti piani attuativi si leggono, in pianta, come una somma di lotti edificabili separati da ciò che resta: fasce di rispetto, parcheggi, verde di standard. Il risultato è noto. Spazi aperti troppo grandi per essere curati e troppo frammentati per essere usati, aiuole residue lungo le strade, parchi che sono in realtà ritagli. Il problema non è la quantità di verde, che spesso è abbondante, ma il fatto che nessuno lo ha disegnato come un luogo.
Partire dai vuoti significa invertire l’ordine: prima si decide dove stanno il parco, il canale, la strada principale, la piazza del mercato, e con che forma; poi si dispongono gli edifici per definirli. Un isolato a corte, in questa logica, non è una scelta stilistica: è il modo più semplice per avere un fronte continuo sulla strada e un giardino protetto all’interno.
Tre misure da controllare
La prima è la larghezza delle strade rispetto all’altezza degli edifici. Una strada di quindici metri tra due fronti di cinque piani è un luogo; la stessa strada tra due torri di quindici piani è un corridoio ventoso. Non esiste un rapporto giusto in assoluto, ma conviene verificarlo sezione per sezione, non soltanto in pianta.
La seconda è la distanza a piedi. Il parco è a cinque minuti da ogni casa, o soltanto da quelle che gli stanno davanti? La scuola si raggiunge senza attraversare una strada di scorrimento? Sono domande banali, ma un plastico guardato dall’alto tende a nasconderle: tutto sembra vicino quando lo si vede in scala uno a mille.
La terza è il bordo. Dove finisce lo spazio pubblico e comincia quello privato? Con un muro, una siepe, un cambio di quota, un portico? I bordi decidono se un marciapiede è vivo o deserto molto più dell’architettura delle facciate.
A queste tre misure se ne potrebbe aggiungere una quarta, meno tecnica: il tempo. Un parco piantato oggi sarà davvero un parco tra vent’anni; un viale alberato diventa ombra solo dopo molte estati. Disegnare i vuoti significa anche decidere che cosa si pianta per primo, e accettare che il quartiere migliori lentamente.
L’acqua come struttura
Nei quartieri costruiti vicino a un corso d’acqua il canale, o l’argine, è spesso trattato come un vincolo da rispettare: una fascia inedificabile, un muro, una recinzione. In pochi casi diventa il disegno principale, quello attorno a cui si organizzano i percorsi e i luoghi d’incontro. È un peccato, perché l’acqua offre gratuitamente quello che i piani faticano a costruire: un orientamento, una direzione di passeggio, un microclima più fresco d’estate.
Un parco lineare lungo il canale, attraversato da passerelle ogni due o trecento metri, collega le due metà del quartiere invece di dividerle. Gli edifici che vi si affacciano guadagnano valore, e il valore può tornare in parte alla città attraverso le convenzioni urbanistiche.
Che cosa chiedere al plastico
Il plastico urbanistico resta uno strumento formidabile, a patto di usarlo bene. Conviene costruire prima la base con le quote, le strade e il verde, e solo dopo i volumi, magari mobili. Conviene fotografarlo dal basso, ad altezza d’occhio, oltre che dall’alto. Conviene spostare i blocchi davanti ai committenti e agli abitanti, e lasciare che siano loro a dire dove si sentirebbero a casa.
E conviene ricordare che un quartiere non si finisce mai. Il disegno dei vuoti è l’unica cosa che lasceremo davvero a chi verrà dopo: vale la pena dedicargli il tempo migliore del progetto.