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Materiali e tecnica Contributo di un architetto

Muri spessi e luce dall’alto: appunti da una cantina sotto la collina

Che cosa ho imparato sull’inerzia termica, sulla luce zenitale e sui tagli nelle volte progettando una cantina interrata nelle Langhe.

Marco Giraudo 4 min di lettura
Interno del plastico di una sala: il sole entra dalle aperture alte del muro spesso e disegna lame di luce sul pavimento.

Quando ho cominciato a lavorare alla cantina per un’azienda di famiglia, l’unica richiesta tecnica precisa era questa: la temperatura nelle navate dell’affinamento doveva restare stabile tutto l’anno, consumando il meno possibile. Tutto il resto, dalla forma alla luce, è venuto da lì. Scrivo questi appunti perché credo che alcune delle cose imparate valgano anche fuori dalle cantine.

La terra lavora gratis

A qualche metro di profondità la temperatura del terreno varia pochissimo durante l’anno. Per un edificio che deve restare fresco e costante, questo è il miglior impianto possibile, e non si rompe mai. La cantina è fatta di tre navate parallele coperte da volte a botte, infilate nel pendio e ricoperte di terra. Lo spessore della copertura non è uniforme: è più alto dove la collina sale e si riduce verso valle, dove le volte escono dal terreno.

Le volte non sono una scelta formale. Sono la forma che lavora meglio sotto un carico distribuito di terra, e permettono di ridurre lo spessore delle strutture rispetto a un solaio piano della stessa luce. In cantiere hanno anche un vantaggio pratico: si costruiscono con casseri riutilizzabili, navata dopo navata.

Il terreno di scavo, una marna chiara e compatta, è stato in gran parte riutilizzato per ricoprire le volte e rimodellare i terrazzamenti: pochi camion in uscita dal cantiere, e un pendio che dopo due vendemmie è tornato a sembrare quello di prima.

L’inerzia non basta da sola

La massa della terra e del calcestruzzo smorza le oscillazioni della temperatura, ma non risolve tutto. Durante la vendemmia e la fermentazione le vasche producono calore, e molta umidità. Serve un ricambio d’aria controllato, che nel nostro caso sfrutta la differenza di quota tra le aperture sul fronte e i tagli in chiave delle volte. L’aria fresca entra in basso, quella calda esce in alto. Nelle settimane critiche un piccolo impianto meccanico aiuta il tiraggio.

La lezione, per me, è stata questa: l’inerzia termica è un alleato potente, ma va progettata insieme al movimento dell’aria. Un ambiente massivo e chiuso diventa presto un ambiente umido.

La luce che cade

Le navate sono lunghe più di trenta metri. Le grandi aperture vetrate sul fronte illuminano bene i primi dieci; oltre, senza luce zenitale, il fondo sarebbe stato buio. Nel punto in cui ogni volta esce dal terreno abbiamo aperto un taglio sottile in chiave, protetto da un vetro stratificato e da una piccola falda. La luce entra dall’alto, scivola sull’intradosso curvo e arriva sul pavimento in una lama netta, che si sposta durante il giorno.

Abbiamo studiato questi tagli con un plastico in gesso e una lampada, più che con il calcolo. In un modello in scala uno a cinquanta si vede subito se la luce arriva dove serve, se abbaglia chi lavora, se illumina le botti invece del passaggio. Ho perso il conto delle versioni: il taglio definitivo è più stretto di quanto pensassi all’inizio, e funziona meglio.

Muri spessi, aperture profonde

Il muro di sostegno a valle, che è l’unica facciata della cantina, è spesso quasi un metro alla base. Le aperture vi sono scavate come in una roccia, con gli sguinci inclinati che allargano la luce verso l’interno. Uno spessore così ha un effetto che i disegni non restituiscono: la luce non entra in modo uniforme, ma rimbalza sulle superfici dell’apertura e si ammorbidisce. È la ragione per cui le stanze delle case antiche, con finestre piccole, non ci sembrano buie.

Lo stesso spessore protegge l’interno dal caldo: il sole batte sul fronte nelle ore del pomeriggio, ma l’onda di calore impiega molte ore ad attraversare il muro e arriva dentro, smorzata, quando fuori è già notte.

Che cosa porterei in altri progetti

Tre cose. La prima: cominciare dal comportamento dell’edificio nelle stagioni, non dall’impianto. La seconda: usare la massa dove serve e il ricambio d’aria sempre. La terza: verificare la luce con un modello fisico, anche piccolo, prima di fidarsi dei render. Sono cose che ogni studente sente dire al primo anno. Ma ci vuole un cantiere, a volte, per crederci davvero.

Chi vuole vedere il progetto trova nella scheda le piante, la sezione e un panorama a 360 gradi preso nella barricaia.

Vai alla scheda del progetto “Cantina ipogea”

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